Sestante: il ciclismo e altre storie

 rubrica a cura di Ambrogio Rizzi

Clemente Canepari e la fuga per fame.

Qualche mese fa trovandomi al cimitero di Pieve Porto Morone, ho scorto in fondo al vialetto principale una tomba con un bassorilievo in bronzo raffigurante una corsa ciclistica, appena sotto una foto in bianconero di un ciclista, non più giovane, appesantito dagli anni, con una di quelle belle maglie tradizionali, di colore scuro con una fascia centrale bianca, più sotto la scritta: 'Clemente Canepari', benefattore della casa di riposo. La curiosità mi ha spinto a fare una ricerca.

Clemete Canepari detto Anteo (1886-1966) è stato un ciclista professionista dal 1906 al 1927. 11 le sua partecipazioni al Giro d'Italia, una vittoria di tappa nel 1927, cinque volte tra i primi dieci, quarto nel 1914 e nel 1919. Nel 1911 ha vinto il Giro dell'Emilia. La particolarità della sua vittoria è legata a quella che tutt'oggi resta la fuga più lunga della storia
della 'corsa rosa', 236 km. In quell'occasione il sindaco di Ascoli Piceno, sede d'arrivo della tappa (la partenza da Campobasso) aveva promesso al primo arrivato, con unica condizione, che fosse per distacco, dieci chili di salame, dieci di formaggio e dieci litri di vino. Per Clemente Canepari, che nelle foto dell'epoca, ci rimandano piccolo e mingherlino, quell'anno in corsa da isolato, quel premio rappresentava un occasione unica unica per compensare giorni di fame atavica. In quei 236 km. il suo unico pensiero a quei 10+10 chili, come un miraggio in fondo a un interminabile rettilineo. Canepari arrivò solo, e subito cercò il sindaco di Ascoli Piceno "sono primo, sono solo, mi ricordo casa hai detto alla partenza". Secondo fu Azzini a sei minuti, terzo. E'notizia di qualche giorno fa, che il Giro d'Italia 2019, per ricordare Clemente Canepari e Gianni Brera, nella tappa 'di Coppi', la Carpi-Novi Ligure, farà una deviazione da Castel Sangiovanni a Pieve Porto Morone, quindi verso S.Zenone Po il paese di Brera, attraverso stradine strette, più da classiche del Belgio che non da Giro, dopo S. Zenone, la corsa ripasserà sul Po per tornare sulla via Emilia a Stradella.   
 

L'ultima estate di Fausto Coppi

Fausto Coppi in una tavola di Walter Molino per 'La Domenica del Corriere'

di Ambrogio Rizzi

 

 Il mio ricordo personale di Fausto Coppi, non è legata ad un Coppi con la maglia biancoceleste della Bianchi che rese leggendaria, ma con la casacca bianca della sua ultima squadra la Tricofilina Coppi, purtroppo non avrebbe mai indossato la maglia della San Pellegrino dal colore dell'aranciata, che l'attendeva per la stagione 1960. Era l'agosto del 1959 e mio padre mi portò a Chignolo Po dove si svolgeva una kermesse pre-mondiale denominata 'Il circuito degli assi', da tempo erano stati affissi in paese grandi manifesti che annunciavano la gara, con i nomi a grandi lettere di Coppi, Baldini e Nencini, via via di dimensioni inferiori quelli degli altri corridori. Per tutta la settimana precedente l'attesa fu spasmodica, attendevo con ansia di vedere il mio campione preferito, giocando ai 'tollini* simulavo la corsa che avrei visto di li a pochi giorni, col gesso tracciavo sul cemento a mia immaginazione il circuito della gara. Finalmente venne la domenica tanto attesa, arrivammo sul circuito abbastanza in anticipo, una folla multicolore già lambiva la strada, tanti portavano un cappello di carta a bustina con la scritta 'Faema', in uno spiazzo alcuni ingannavano l'attesa giocando a bocce, su una tavola improvvisata altri si tuffavano su grandi fette di anguria, da lontano si sentiva una fisarmonica suonare un valzer lento. Al primo passaggio del gruppo già cercavo quella maglia bianca, al successivo cinque fuggitivi, ma la maglia 'Tricofilina-Coppi' era quella di Gismondi, dopo una ventina di giri del breve tracciato, vedo Fausto Coppi fermarsi, proprio nei pressi di dove mi trovavo, aveva rotto il sellino e si ritirava, potevo così vederlo da vicino. Poco dopo questa grande emozione tornammo verso casa, il giorno dopo dai giornali venni a saper che Ercole Baldini aveva vinto la corsa, ma per me era già finita prima.

 *  tappi a corona in cui veniva inserita l'immagine del corridore, o i colori della maglia con il nome.

 

 

Intervista a Vittoria Bussi che ha stabilito il nuovo record dell'ora in Messico

Vittoria Bussi ha stabilito nel Velódromo Bicentenario di Aguascalientes in Messico il nuovo record dell'ora femminile, 48.007km. la 33enne romana ha superato di 27m. la detentrice del record, la statunitense Evelyn Stevens, che in un ora aveva percorso 47.980km.

D. Il record dell'ora è un'impresa che sin che non è realizzata è vissuta in solitudine, richiedendo grande costanza e grandi sacrifici, ti è costato molte rinunce rispetto alla tua vita quotidiana? 

R. Assolutamente sì, ho addirittura dovuto lasciare il mio lavoro di ricerca universitaria in matematica per questo! L'ora è dedizione completa, le rinunce investono ogni campo, soprattutto il privato. Forse una delle cose in assoluto più dure da affrontare è proprio la solitudine.

D. Quando hai avuto la sensazione che avresti potuto battere il record della Stevens?

R. Dall'ottobre 2017, dopo il primo tentativo quando l'ho mancato di 400m. Durante il record stesso, non ne sono stata mai certa. Basta un attimo di cedimento per perderlo.

D. A parte i due anni rispettivamente con la Michela Fanini e la Servetto sei rimasta piuttosto ai margini del Ciclismo (nel senso di partecipazione alle corse più importanti), a parte la tua presenza ogni anno ai campionati italiani, è stata una tua scelta in favore dei tuoi studi ?

R. Combinare la preparazione del record dell'ora con la stagione di gare su strada è molto difficile, in termini di allenamento ma anche in termini economici. Potendo correre solo come ospite in gare UCI di seconda classe, tutti gli spostamenti sarebbero stati a mio carico. L'assenza dalle gare pesa molto, perché non sai mai per certo a che punto sei con la preparazione. 

D. Quando si raggiunge un grande obiettivo, la gioia è immensa, poi a volte subentra un senso di vuoto e ci si pone nuovi obiettivi, hai già pensato al prossimo?

D. Sì, è esatto. Un gran vuoto. Mi dispiace sia tutto finito ma prima di pensare al prossimo anno, ho bisogno di qualche giorno di riposo dato che ancora non mi sono fermata dal record, per poter valutare tutto con cslma e serenità.  

(Ambrogio Rizzi). Ti auguriamo che il tuo record possa durare a lungo, ma questo poco importa, il tuo nome rimarrà per sempre nella storia dello sport più bello del mondo.

Grazie ancora Vittoria, ancora complimenti anche per l'argento nella 'crono' degli italiani.

 

 

La Leggenda Malabrocca continua


Incontro con Serena Malabrocca
 
Serena Malabrocca è la nipote di Luigi, corridore professionista dal 1945 al 1958,
il suo nome è legato indissolubilmente alla 'maglia nera' ma è sbagliato ricordarlo solo per questo.
Serena da qualche anno pratica il Ciclismo, partecipando al Giro d'Italia storico e altre iniziative
legate alla tradizione di un Ciclismo d'epoca. Ha scoperto questa passione dopo che diverse
associazioni l'avevano invitata ad iniziative in ricordo del nonno, iniziandola ad una ricerca
sul passato della sua famiglia.
Luigi Malabrocca è stato un discreto ciclista ed un grande uomo, generoso, sempre disponibile ad aiuture il prossimo,
seppur solitario e taciturno. Trascorreva il suo tempo, terminata la carriera, camminando nel silenzio dei boschi o
dedicandosi alla pesca nel Ticino, il fiume non lontano dal suo paese, Garlasco. Era nato a Tortona nel 1920,
ma la famiglia si era trasferita nel pavese quando lui era adolescente. Nel suo 'palmarés' una Paris-Nantes, una Coppa Agostoni, due Giro di Croazia e Slovenia, due volte campione italiano di Cyclo-cross. La storia della 'maglia nera' fu una scelta in quache modo forzata, non era l'ultimo dei ciclisti, allora si correva per fame, indossare la maglia nera (che di fatto
era retorica, non esisteva, fu creata successivamente per 'Nani' Pinarello) portava più fieno in fienile che non
galleggiare in centro classifica o anche alle spalle dei primi, obiettivo di Malabrocca erano anche i traguardi volanti,
dove i premi erano spesso materiali: polli, salami, pasta,  biscotti a altri generi alimantari. Agli arrivi di tappa veniva osannato dal pubblico a volte più del vincitore stesso, e allora si trattava di Coppi o Bartali.
Malabrocca continua a pedalare con Serena, se non per il 'grande' pubblico, per chi amando la storia il Ciclismo ne voglia conoscere le gesta. Chi volesse approfondire la conoscenza di questa 'epopea', esiste
un ottino libro: ' Coppi, Bartali, Carollo e Malabrocca' di Benito Mazzi, ed. Ediciclo.
 
La foto dell'incontro con Serena è di Giancarlo Monti
 
 
 

Terminati Giro, Giro Rosa e Tour, è tempo di Critérium

Foto dal profilo fb di Anna van der Breggen,

Terminati Giro, Giro Rosa e Tour, è tempo di Critérium, tradizione purtroppo perduta
in Italia (uno solo post-Giro vinto da Nibali a Montebelluna nel trevigiano), viva più che mai
in Belgio, Olanda e Francia. Da qualche anno le gare dei professionisti vengono spesso anticipate dalla gare femminili,
in Olanda si disputano critérium anche solo riservati alle donne. I critérium sono delle kermesse, delle feste popolari,
che consentono anche agli abitanti di piccoli paesi di vedere da vicino i lori campioni, dopo averli visti in televisione o transitare velocemente in qualche tappa, se il Tour o il Giro è passato dalle loro parti. Gli 'assi del pedale' come venivano una volta chiamati, sono presenti con le maglie vinte, gialla, rosa, verde a pois ecc. In particolare per quanto riguarda le corse dei 'prof', non sono sempre vere gare, ma la gente lo sa e poco gli importa, il pubblico non vuole vedere vincere outsider ma trionfare i 'nomi' che vanno per la maggiore, i premi poi saranno equamente divisi. Il tutto si svolge in notturna quando la gente non è al lavoro. Personalmente ricordo kermesse negli anni '60 dove trai i premi c'erano prosciutti, salumi, sacchi di riso e ceste di frutta, ma i tempi evidentemente sono cambiati.Tra le donne la corsa vive maggiormente sulla spontaneità.

Cinema : " Rue de Prairies" (1959) di Denys De la Patellière con Jean Gabin, Claude Brasseur, Roger Dumas, Marie-José Nat.

Cinema : " Rue de Prairies" (1959) di Denys De la Patellière con Jean Gabin, Claude Brasseur, Roger Dumas, Marie-José Nat.
Oltre ad una delle memorabili interpretazioni di Jean Gabin, il film (titolo italiano : Mio figlio) può contare su un ottima sceneggiatura e una notevole regia. Adattamento di un romanzo di René Lefèvre, racconta di un padre che tornato a Parigi dalla prigionia in Germania, si trova a convivere con tre figli, della sua difficoltà di farli crescere secondo canoni di onestà e rispetto. Sarà il figlio minore, di cui non è il padre biologico, a procurargli le maggiore preoccupazioni, al quale non mancherà però mai di lesinare lo stesso grande amore dovuto agli altri due. Da antologia la sequenza in cui il protagonista spiega agli avventori di una brasserie, cos'è il Ciclismo. Ci sono immagini di gare riprese dal Parco dei Principi e dal velodromo ancora esistente alla  periferia di Parigi

Fiandre: diario di un viaggio

Walter de Bock rifinisce uno dei ritratti dei vincitori del Fiandre, Rik van Looy

foto e testo di Ambrogio Rizzi

Il 'Fiandre' non è solo una delle cinque 'Classiche monumento' per i fiamminghi e non solo, è 'La corsa'. Il clima che si respira sin dall'inizio settimana è unico, la grande passione per il Ciclismo coinvolge tutti: l'apertura dei telegiornali è sulla Corsa, previsioni, interviste e altro, per i belgi prima viene il Ciclismo poi la birra e le patate.

E' la mia sesta 'Ronde van Vlaanderen', la partenza dall'Italia il giovedì, una tappa a Nancy e il giorno dopo siamo a Oudenaarde; dopo il rituale ritiro degli accrediti al Collegio Bernardus ci aspetta la visita alla friggitoria di Sabine, per le fantastiche patatine-belghe, quindi appuntamento con Walter De Bock, l'artista di Oudenaarde. Gli avevamo commissionato una scultura a tema per premiare l'atleta che fosse passata prima sul Muro di Grammont, restituito quest'anno alla corsa (sarà Amy Pieters olandese del team Boels Dolmans ad aggiudicarsela, gli verrà consegnata quanto prima). Walter è l'autore dei ritratti di tutti i vincitori del Fiandre, esposti nelle vetrine di Oudenaarde.

Poi ci aspetta un pellegrinaggio a Geraardsbergen (lo scorso anno era stato il Velodromo di Roubaix); a piedi percorriamo il Kapelmuur, quindi una birra nel caffè centrale della cittadina che ha legato il suo nome alla Storia del Ciclismo. Torniamo ad Oudenaarde, in piazza è stato allestito come ogni anno un podio per ciclisti che hanno partecipato alla gran-fondo della Ronde; ognuno può salire sul gradino più alto per essere fotografato mentre viene baciato dalle miss, quindi ci rechiamo al Museo del Fiandre per un saluto all'amico Freddy Maertens. In serata presentazione delle squadre in Markt (la piazza principale di Oudenaarde) dove incontriamo gli amici del Fans club di Elena Cecchini, venuti dal Friuli, e altri amici fotografi olandesi e belgi. Arriva la domenica, il giorno più atteso: sveglia all'alba, quindi a salutare le atlete al foglio firma, la partenza e subito sui muri. La sera precedente avevamo studiato la planimetria e deciso quale tragitto ci avrebbe consentito di vedere più passaggi. La prima volta ci fermiamo vicino ad una casa che espone la bandiera con il 'leone delle Fiandre; molte case sul percorso la espongono, in formato ridotto ne vengono distribuite a migliaia agli spettatori. La padrona di casa ci offre una birra e ci dice che la bandiera originale è quella dove il leone ha le unghie rosse, definendo così (con il leone nero su campo giallo) i colori del Belgio.

Dopo aver visto transitare le cicliste in un gruppo già sfilacciato al primo passaggio, rivediamo la corsa altre due volte, incrociando poi anche quella maschile: entrambe si svolgono in un raggio abbastanza ristretto di chilometri (quella maschile dopo la partenza da Anversa). Dopo l'Oude Kwaremont eccoci all'arrivo, un rettilineo infinito dove le atlete appaiono prima minuscoli puntini in avvicinamento, sino a passarci di fianco oltre la linea d'arrivo. Coryn Rivera ripete la vittoria del Trofeo Binda, anche in questo caso con uno sprint di un gruppo ristretto, con tutte le migliori atlete. Aspettiamo poi l'arrivo della corsa uomini che vede la bellissima impresa di Philippe Gilbert. Il podio, le premiazioni e poi la sala stampa per una giornata infinita ma come sempre memorabile.

 

  • Kapelmuur

  • Kapelmuur

  • un ciclista si rifocilla dopo la pedalata alla Brasserie del Centrum RVV

nella foto l'opera di Walter De Bock, l'artista di Oudenaarde

Il Vigorelli, monumento del ciclismo

Avrebbero voluto fare del Velodromo Vigorelli, tempio del Ciclismo non solo milanese e notevole esempio di architettura razionalista, un centro polifunzionale, il progetto approvato dal Comune di Milano prevedeva l'eliminazione totale della pista in nome di una più agile struttura mobile (?), aperta anche alle esibizioni di sport estremi, oltre che al football americano. Il Comitato difesa della pista ha presentato ricorso e il Tar della Lombardia ha riconosciuto il vincolo storico e architettonico del Vigorelli, nella sentenza ricorda il ruolo di Milano capitale del Ciclismo già nel primo Novecento e il legame indissolubile tra il Vigorelli e il Ciclismo, sintetizzato appunto nella pista in legno, definita "Monumento del Ciclismo, una testimonianza della cultura, dell'identità e della storia delle istituzione collettive." Il Vigorelli (intitolato al campione Antonio Maspes) è salvo, il contro-ricorso del comune è stato respinto, l'assessore allo sport, più interessato assurdamente alla costruzione di un quarto anello dello stadio di S.Siro, dovrà farsene una ragione.


(foto da QI)