Le storie del ciclismo qui raccontate dai miglior giovani del web: il ciclismo come genere letterario.

Prima e Ultima

di Giorgia Monguzzi - photo credit UCI

Prima e ultima, ultima e prima. Due posizioni, così distanti, diametralmente opposte, impossibili da affiancare. Talvolta così uguali, interscambiabili, spesso basta vederla da un altro punto di vista, ciò che era in fondo diventa magicamente primo e cade quel castello di carte che ci eravamo illusi di creare. Prima e ultima, di solito uno vince e l’altro perde, domina o viene sconfitto, sono le due facce di una stessa medaglia, la parte bella e la parte brutta. Ma chi ha detto che l’ultimo debba sempre avere la peggio? Pare essere uno standard, una discriminazione mai scritta che qualcuno si è inventato e qualcun altro si è preso la briga di seguire dimenticando tutto il resto.

Eppure c’è chi si sbaglia, basta vedere una cronometro individuale per capire che ci eravamo solamente illusi. Il concetto di primo e di ultimo viene ribaltato, il primo a partire è sempre colui che avrà meno chance di farcela, l’ultimo invece è il campione, il leader della classifica generale, quello che vincerà in ogni caso. Del primo nessuno pare interessarsi, nella maggior parte dei casi non c’è nemmeno un collegamento televisivo per documentarne le gesta, è come dimenticato, i grandi arriveranno soltanto dopo. È suo il compito ingrato di testare il terreno,  buttarsi in pista senza avere nessuno davanti, privi di punti di riferimento. Quasi un po’ allo sbaraglio si affronta il tracciato con la sola soddisfazione di giungere primi al traguardo e di avere il miglior tempo, l’amarezza per la constatazione di essere gli unici arriva soltanto dopo.

E’ il primo vero giorno di mondiali a Bergen e come sempre viene inaugurato dalla prova a cronometro delle ragazze Junior, neanche a farlo apposta l’Italia parte per prima e per ultima, quasi come fosse uno scherzo del destino. Eccola Alessia Vigilia con il numero 47, la prima a prendere il via, ad inaugurare la rassegna iridata, solo dopo arriveranno tutte le altre, le grandi favorite e per ultima Elena Pirrone sua compagna di squadra e campionessa europea di specialità. È il tempo di Alessia il migliore all’arrivo, d’altronde nessun altro potrebbe portarglielo via, si siede sul trono riservato alla detentrice del tempo provvisorio. Sorride e saluta davanti la telecamera, forse già pensa che ben presto quella seduta spetterà ad altri, a coloro che partiranno dopo di lei, tutti ma proprio tutti. Arrivano sempre più atlete al traguardo eppure lei è ancora là, su quel tron, manca solo che porti il suo nome. D’altronde la sua è stata una prova perfetta, un ritmo costante dall’inizio alla fine quando ancora il tracciato non era bagnato dalla pioggia, solo Letizia Paternoster pareva poterla scansare, è stato suo il miglior tempo all’intermedio, poi durante il percorso si è persa, è rimasta indietro, arrivando ad accumulare oltre un minuto di ritardo al traguardo. Ecco il primo pericolo scampato. Si alternano le più grandi favorite nella zona della partenza, giungono al traguardo, ma sempre sono indietro, Alessia li osserva sul monitor mentre entrano nel rettilineo di arrivo, tiene il fiato sospeso, boi la boccata d’aria fresca, sono dietro.

Manca solo un’atleta a partire, ecco Elena Pirrone che con attaccato alla schiena il numero uno inizia la sua avventura, il tempo da battere è quello della sua compagna di squadra. Eccola al primo intermedio, miglior tempo, ma davanti ha tutta una gara. Eccole combattere, fianco a fianco, la prima e l’ultima, talmente agli opposti da risultare magicamente vicine. Ormai Alessia non può fare nulla per ritoccare il suo tempo, le rimane soltanto sperare, il gioco è in mano ad Elena, la sua lotta con il tempo è in realtà la lotta con un’amica , fin da subito è evidente che l’oro spetterà ad una delle due. Entrambe italiane, compagne non solo di nazionale, ma anche di squadra. Le pedalate girano vorticose, addirittura riprende l’atleta partita prima di lei, tutte le altre scompaiono, le grandi favorite non ci sono più, sono costrette ad arrancare a decine di secondi di ritardo. Ma chi avrebbe mai detto che la prima e l’ultima fossero così uguali? Accumunate dallo stesso obiettivo, dallo stesso sogno, allo stesso punto della storia. Sono sempre più convinta che il prima e l’ultimo siano solo punti di vista, piccole note ai margini di una pagina di storia.

È il momento della verità, Elena Pirrone è sul rettilineo di arrivo, è in vantaggio rispetto alla sua compagna di squadra, testa a testa, è questione di secondi. Ecco il bello delle prove a cronometro, è sempre questione di secondi, in questo caso solo di 6,38 per realizzare un sogno ed infrangerne un altro. La Pirrone è campionessa del mondo, Alessia rimane immobile a fissare lo schermo, un attimo prima era lei in quella posizione, per un attimo ci aveva pure creduto. Il suo volto si divide tra la gioia e la tristezza, ad essere ad un passo e di non avercela fatta,.Trattiene le lacrime mentre Elena si butta a terra distrutta, ora si che sono così lontane la prima e l’ultima, divenute seconda e prima, lontane ma non troppo, tutta quella distanza si annulla in un abbraccio.

Prima e ultima, Alessia ed Elena, eccole una accanto all’altra sul podio, come in una cartolina, così bella e speciale mentre cantano l’inno d’Italia. Elena sprizza gioia da tutti i pori, Alessia invece non piange più anzi sorride , la tristezza se la porterà dietro per un po’ di tempo, ma l’orgoglio di quell’argento mondiale, quel giorno quel podio forse potranno rendere tutto più bello. La prima e l’ultima, l’ultima e la prima, chi l’avrebbe detto che sarebbero potute essere vicine? Ormai questi nominativi non contano più, sono soltanto convenzioni, così stupide, così irrilevanti, tutti se ne dimenticheranno presto rendendosi conto di aver sbagliato. Forse un giorno quando Alessia ed Elena ritroveranno nel cassetto le loro medaglie se ne ricorderanno, rimarranno affascinate dal loro scintillio e ripenseranno a quel duello così emozionante durato dall’inizio alla fine. Uno strano giorno di sole in Norvegia in cui arrivarono così vicine dopo essere partite per prima e per ultima.

Giorgia Monguzzi

(photo credit Uci)

Una strepitosa Coryn Rivera vince anche il Giro delle Fiandre

di Vivian Ghianni - photo credit velonews.com

Una strepitosa Coryn Rivera vince anche il Giro delle Fiandre Un inizio di stagione davvero fantastico per la statunitense Coryn Rivera, che quest’oggi ha conquistato a Oudenaarde anche il Giro delle Fiandre femminile dopo aver già colto il primo prestigioso successo nel Trofeo Binda di Cittiglio. La Ronde, distribuita su 153 chilometri in cui le atlete dovevano affrontare tre tratti di pavé e ben dodici muri, ha fatto registrare alcuni tentativi nella prima parte del percorso, in cui sono state protagoniste anche le italiane Soraya Paladin e Katia Ragusa. È stata però l’olandese della Sunweb Rozanne Slik a produrre il primo allungo veramente significativo, scattando sul Muro di Grammont e proseguendo nella sua azione fino a guadagnare oltre un minuto e mezzo di vantaggio sulle inseguitrici. Le successive ascese al Kanarieberg e all’Oude Kwaremont hanno però finalmente acceso la bagarre tra le atlete più attese: sul primo è stata la polacca Katarzyna Niewiadoma ad allungare, prontamente seguita da Elisa Longo Borghini mentre nella seconda è stata proprio l’ornavassese della Wiggle a prendere l’iniziativa, seguita ancora dalla Niewiadoma, oltre che dalla campionessa europea Anna Van Der Breggen e da Annemiek Van Vleuten. L’azione del quartetto sembrava poter essere quella decisiva, col vantaggio nei confronti delle inseguitrici che veleggiava verso il minuto ma pian piano da dietro è iniziato il recupero, favorito anche dall’atteggiamento passivo della Van Der Breggen, volto a favorire le altre compagne presenti all’inseguimento. Il ricongiungimento si è così consumato proprio in prossimità dell’ultimo chilometro e non è stato così ulteriormente possibile evitare la conclusione allo sprint. Con uno spunto tanto lungo quanto potente a centro strada Coryn Rivera ha ingaggiato un bellissimo testa a testa con l’australiana Gracie Elvin e con l’olandese Chantal Blaak, riuscendo a resistere e ottenendo così la seconda, pesantissima affermazione stagionale. A completare il podio ci hanno pensato la Elvin, portacolori dell’Orica-Scott e la Blaak, atleta della Boels-Dolmans, seguite appena giù dal podio da Annemiek Van Vleuten e Lotte Kopecky. La campionessa italiana Elena Cecchini è stata invece la prima atleta azzurra al traguardo, tagliando il traguardo in sesta posizione, davanti a Rasa Leleivyte, Katarzyna Niewiadoma, Janneke Ensing e ad Elisa Longo Borghini che ha così chiuso le prime dieci posizioni. Molto buona anche la prova di Maria Giulia Confalonieri, con la brianzola della Lensworld-Kuota che ha agguantato l’undicesima posizione nello sprint conclusivo. Grazie a questo successo Coryn Rivera conquista anche la maglia di leader del World Tour femminile.

Coryn, Arlenis e quell’arrivo che fa bene al mondo

          di Vivian Ghianni

Ormai ci siamo abituati al fatto che il Trofeo Alfredo Binda di Cittiglio sia una sorta di mondiale di primavera, esattamente come lo è la Milano-Sanremo per i colleghi uomini. Tuttavia quest’anno non possiamo non essere avvinti da quell’immagine che sul traguardo finiva per rubare il cuore. La corsa si rinnova, la contesa s’arricchisce di nuove protagoniste, le beniamine sanno sempre regalare a tifosi e appassionati quei momenti in grado di essere ben impressi negli sguardi e nella mente.

 Una volata tra una ventina di ragazze. Un drappello sicuramente più numeroso rispetto a quello delle passate edizioni. A centro strada la sagoma autorevole e sicura di una giovane in casacca bianco e nera della Sunweb. Coryn Rivera il suo nome in un’anagrafe che alla voce nazionalità recita Stati Uniti d’America ma che in realtà tradisce origini ben più distante, spingendosi nel sud-est dell’Asia, alle Filippine. Ha sempre avuto un bel talento Coryn, che da ragazzina vinceva un po’ dappertutto (strada, pista o ciclocross non faceva differenza) e che in un caldo pomeriggio d’estate ad Offida, quando era una juniores, arrivò a giocarsi concretamente la maglia di campionessa del mondo, battuta solo da due validissime atlete come Pauline Ferrand-Prévot e Rossella Ratto. Tra le Elite si sa che il battesimo e i primi anni son duri, tuttavia qualche sprazzo di classe aveva saputo ben distribuirlo finora, comprese due vittorie di tappa al Giro di Turingia in Germania.

 Alla sua destra sbuca un’altra ragazza che dall’America non dista poi molto, anche se ha origini e vissuto isolani: Arlenis Sierra, che quando sprinta reca l’alma caliente di Cuba e che pure ha saputo affinarsi sui velodromi prima di cominciare a farsi apprezzare anche su strada. Corre per l’Astana ma porta orgogliosa in giro per il mondo la sua maglia di campionessa nazionale. Hanno imparato già a conoscerla molte delle più forti sprinter in circolazione, soprattutto per via dei suoi successi al Tour de San Luis e al Tour de Bretagne, senza dimenticare il bel successo ottenuto alla Setmana Valenciana una decina di giorni fa. Arlenis sembra apprezzare anche le strade italiane, tanto che a Montignoso, al termine di una serrata volata con Marta Bastianelli e Giorgia Bronzini, è andata a conquistare il Trofeo Oro in Euro.

 

Coryn e Arlenis, Arlenis e Coryn. Entrambe nate nel 1992. Entrambe amanti dell’adrenalina della volata. Entrambe decise a riscrivere la storia in quella cittadina che diede i natali ad uno dei leggendari campioni del ciclismo nostrano, celebrato nel nome proprio dalla corsa. Coryn a centro strada sprigiona una potenza strabordante, dopo esser stata pilotata alla perfezione da Ellen Van Dijk. Arlenis prova ad uscire sul lato destro della strada, nel disperato tentativo di affiancarsi e riuscire a piazzare il beffardo colpo di reni sul traguardo. Coryn è imprendibile e va a vincere, per Arlenis c’è il secondo posto. Una mera questione di attimi e ci si rende conto che i commenti dell’ordine d’arrivo possono aspettare: Coryn esulta, ha appena conquistato la sua vittoria più importante della carriera fin qui maturata. Ma esulta pure Arlenis, la cui piazza d’onore è solo un dettaglio. Due ragazze allegre, sorridenti e nel fiore degli anni che levano le braccia al cielo sopra Cittiglio e rivelano al mondo la propria gioia.

 Caspita! Verrebbe da pensare: alla gioia di una non dovrebbe contrapporsi l’amarezza e l’astio dell’altra? Non sono stati forse i ben pensanti che tutto sanno e che vogliono insegnare a tutti come funzionano le questioni di mondo a propagandare per decenni che per gli Stati Uniti uno dei grandi nemici è Cuba e per Cuba funziona esattamente all’opposto?

Chi invece sa che non bisogna fermarsi di fronte alle apparenze non può non salutare come una splendida ventata d’aria nuova questa piccola pagina di storia ciclistica consegnata dalla domenica di San Giuseppe annunciante la primavera. Una statunitense e una cubana che sprintano come avversarie ma che esultano entrambe come coloro che sorridono alla vita, che le tensioni in un mondo odierno che chissà mai dove ci condurrà non dovrebbero aver ragion d’essere, tanto nello sport quanto nel quotidiano. Di presidenti americani discussi e controversi ne son passati e Cuba è rimasta orfana di Fidel. Forse, nel frattempo, qualcosa è davvero cambiato o almeno lo si spera.

 Ci perdoneranno le varie Kasia Niewiadoma, splendida protagonista da battaglia durante i giri finali, così come Katrin Garfoot ed Elisa Longo Borghini, noi che speravamo che l’ornavassese tirasse fuori un’altra bella magata. Ci perdonerà Cecilie Uttrup Ludwig, altra giovane dal bell’avvenire e autrice di un podio di tutto rispetto. Ci perdonerà Elena Cecchini che cresce ogni anno di più in convinzione e che prima o poi una vittoria di quelle da ricordare oltre ai suoi splendidi tre campionati italiani la farà propria. Ci perdoneranno tutte le altre valenti protagoniste di una bella giornata in cui hanno vinto il ciclismo e lo spettacolo se i riflettori li riserviamo all’istantanea dell’arrivo. Perché la gioia la si assapora meglio soprattutto se è inaspettata ed in questo Coryn e Arlenis ci hanno fatto il miglior regalo possibile. Due ragazze, due sorrisi e un traguardo. Che sia un “yeah!” o un “hasta la victoria!

Ghisallo, il museo in biciletta

di Giorgia Monguzzi

È finalmente arrivato il momento di riaprire i battenti per il museo del Ghisallo storico polo museale interamente dedicato al mondo del ciclismo ed inaugurato nel 2006 da Fiorenzo Magni. Non poteva esserci modo migliore che ripartire la propria stagione con l’inaugurazione di “Alessandria città delle biciclette”. Si tratta di una mostra che nell’anno passato ha già riscosso molto successo e che grazie al gemellaggio con il rifondato Circolo Velocipedistico Alessandrino si è potuta portare a Magreglio. L’esposizione si sviluppa su tre sale e propone trenta pannelli con riproduzioni fotografiche, oggetti ed immagini storiche che hanno come protagoniste la storia della bicicletta dal 1867 ad oggi.

Grande ospite dell’inaugurazione della mostra, tenutasi lo scorso sabato 11 marzo all’interno del museo è stata Paola Gianotti, ciclista trentaquattrenne di Ivrea. La piemontese è l’ambasciatrice per eccellenza della bici nel mondo, è stata infatti la prima atleta donna a compiere il giro del globo in sella alla sua compagna in 144 giorni attraversando 4 continenti e venticinque paesi ed ha inoltre portato la bicicletta al parlamento europeo proponendola come premio Nobel per la pace . Paola è senza ombra di dubbio il simbolo delle sfide impossibili, esempio per tanti atleti e giovani, la sua straordinaria avventura documentata con tantissime immagini è confluita all’interno del libro “Sognando l’infinito” da lei scritto e che nella cornice del Ghisallo ha avuto una magica presentazione. Nel corso dell’evento la Gianotti ha riservato per il museo un regalo speciale: una sua maglia che l’ha accompagnata durante il uso giro del mondo.

La mostra allestita all’interno del Museo del Ghisallo nel comune di Magreglio sarà visitabile dal pubblico fino al prossimo 28 maggio, si tratta di una delle molte iniziative che coinvolgeranno il luogo simbolo del ciclismo per eccellenza in occasione delle celebrazioni per i 100 anni del Giro d’Italia. 

STRAORDINARIE E SILENZIOSE

di Giorgia Monguzzi 

La piazza del campo a Siena è quasi deserta mentre dal cielo scendono copiose gocce di pioggia, solo pochi avventurieri si intravedono in quel luogo famoso per il palio. Sono passate ormai più di tre ore dalla partenza delle strade bianche femminile e circa due da quella degli uomini, le donne si avvicinano poco alla volta alla città saranno loro le prime a giungere sul traguardo. Quasi nessuno si intravede oltre la linea d’arrivo, c’è qualche tifoso con l’ombrello aperto e un piccolo drappello di fotografi, alcuni curiosi passano chiedendo cosa stia accadendo. È ancora lontano il grande pubblico che pare non rendersi conto che esiste una corsa anche femminile, non c’è il grande numero di giornalisti e addetti ai lavori che invadono la zona in vista dei corridori. Sembra un luogo stranamente silenzioso, lontano da quel baccano che caratterizza tutte le corse più importante, tutti preferiscono attendere ciò che avverrà dopo ignorando il procedere di una grande battaglia.

Intanto nel bel mezzo della terra battuta le più grandi gladiatrici combattono sotto una pioggia scrosciante che non vuole rassegnarsi a concedere una tregua. Il gruppo non esiste più disintegrato dalla fatica e dalla crudeltà del percorso, solo un drappello composto da 5 atlete resiste in testa alla corsa. Si tratta dell’olandese Van Vleuten, l’australiana Garfoot, la polacca Niewiadoma, l’italiana Elisa Longo Borghini e l’ex campionessa del mondo Deignan, tutte le altre rimaste in corsa sono molto più indietro, lottano con tutte le forze per cercare di rientrare ma tutto sembra impossibile. All’improvviso un fulmine, un bagliore appare alle spalle del quintetto di testa, compaiono Lucinda Brand Shara Gillow che come due carro armati tirano dritto lasciandosi alle spalle le avversarie. Ecco tutto d’un tratto due elementi di inciampo sulla sete di vittoria del gruppo di testa, in un attimo i giochi si riaprono proprio quando tutti pensavano fossero chiusi. Ancora poche persone popolano il traguardo mentre oramai la pioggia che poteva giustificare la loro assenza è praticamente comparsa, i presenti si chiedono il perché di quell’enorme assenza, ma nemmeno la scusa del pranzo sembra reggere.

Si apre davanti agli occhi di Lucinda Brand lo striscione dell’ultimo chilometro, il traguardo per lei è lontano, tenuto ben nascosto dalle strade labirintiche che popolano Siena, solo rampe micidiali sono da lei visibili; intanto alle sue spalle si avvicina in maniera quasi silenziosa Shara Gillow. Le due atlete si affiancano e percorrono letteralmente una accanto all’altra quell’infernale scalata. Paiono aggrapparsi con tutta la forza a loro disposizione su quel tracciato inclinato che tenta con tutte le forze di respingerle, se si mettesse per un secondo da parte il colore delle loro maglie si potrebbe dire che siano compagne di squadra che combattono la medesima battaglia. Le altre so intravedono soltanto alle loro spalle, troppo lontane sembrano destinate a naufragare e a rinunciare alle loro speranze di vittoria. Tutto d’un tratto un nuovo rombo scuote la corsa quando Elisa Longo Borghini sfidando tutte le previsioni che vedono ormai sconfitta un atleta così distaccata decide di sfidare il destino provando a lanciarsi all’inseguimento della testa della corsa. La sua pare una sfida impassibile, ma forse non più di tanto quando voltandosi si accorge che anche la Niewiadoma e la Deignan hanno raccolto il suo guanto di sfida. L’italiana sembra volare su quelle rampe, sprigiona un’energia che aveva ben tenuta nascosta e in un attimo quel gesto così impensabile le fa passare davanti alle due battistrada alla tripla velocità portandosi dietro anche le altre due avversarie.

Sembra una sfida infinita con atlete che si danno battaglia su quelle rampe infernali, si arrampicano stringendo i denti quasi volendosi attaccare ad ogni appiglio disponibile. Sul traguardo sale l’adrenalina mentre sul maxi schermo appare la figura della polacca che si avventa sull’italiana, l’esito sembra dover cadere a vantaggio della seconda. Compare però un ghigno sul volto di Elisa che stringe i denti e sa che l’unico modo per vincere è passare in testa a quell’ultima curva che vede poco più avanti, aumenta il passo, mantiene la testa e giunge davanti a tutti sul traguardo. Appena passata la linea del traguardo la piemontese urla al cielo e sprigionando tutta la sua emozione, i genitori e il fidanzato l’abbracciano ancora più emozionati di lei che ancora non riesce a capacitarsi per ciò che ha fatto. Dall’altra parte della strada Katarzyna piange per la stanchezza, piange per quella vittoria che per un soffio le è sfuggita dalle mani, poi tutto d’un tratto un sorriso proprio alla vista di colei che invece il suo sogno lo ha realizzato. Le due si abbracciano dimenticando di essere avversarie, si congratulano ma soprattutto si ringraziano per aver contribuito a creare una sfida fantastica. Elisa continua a festeggiare nel tratto di strada subito dopo il traguardo, ferma ogni atleta arrivata, compagna di squadra o no, abbracciandola e sprigionando la sua gioia. Tutto intorno non c’è quasi nessuno, sotto il podio quasi regna il deserto se non fosse per i pochi fotografi e quei tifosi che urlano al cielo il nome della Longo Borghini. È un’atmosfera strana, più magica del solito, sembrano di essere a casa, in mezzo a tanti amici condividendo con loro un turbinio infinito di emozioni. Paiono essere cadute le divisioni tra avversarie quando tutte e tre sul podio festeggiano il loro piazzamento.

 Sono lontano i grandi giornalisti e i grandi fotografi, ancora non ci sono quelli che ad ogni arrivo sbracciano per avere la posizione migliore, i tifosi attendono sotto i tendoni del bar quello che per loro sarà il vero spettacolo. Mentre, dirigendomi verso la sala stampa, osservo il vuoto della piazza, mi viene da sorridere. Sorrido perché a causa di concezioni che possono essere soltanto stupide in molti, per non dire quasi tutti, si sono persi uno spettacolo, uno di quelli di cui puoi intendere la vera essenza solo dal vivo. Si sono dimenticati di guerriere che lottavano per la vittoria rimasta in bilico fino agli ultimi 50 metri, erano distratti mentre Elisa Longo Borghini compiva una vera e propria impresa. Ora rido a pensando a cosa hanno ignorato, tutto racchiuso in due volti: quello della vincitrice che festeggia il successo e Cecilie Ludwig che sul podio piange di gioia per aver ricevuto la maglia di leader provvisoria delle giovani del circuito internazionale, simboli di un plotone di guerriere da tanti dimenticate che hanno fatto qualcosa di straordinario in modo quasi silenzioso.

 

Gli occhi di Elisa

di Vivian Ghianni
 
Ci si dovrebbe metter comodi in certe giornate. Magari comodamente adagiati su una sedia a dondolo in un terrazzo, con la vista che digrada su colline di mirabile e ineguagliabile bellezza, sorseggiando con parsimonia un bicchiere di buon Chianti per omaggiar come si deve siffatta terra. Troppo facile e troppo godibile sarebbe.
La terra senese agli albori di marzo è ormai teatro di contese che rimanderebbero a tempi d’epopea di cavalleresca memoria, quando le infinite dispute tra Siena e Firenze, tra guelfi e ghibellini infiammavano le campagne e rimescolavano continuamente fragili assetti. Contemplando il cielo ed osservando la pioggia cadere si può iniziare da qui a capire che il “battesimo del Nord” può ormai tranquillamente passare dall’Italia, o meglio dalla Toscana, giusto per continuare a buttarla sul campanilistico. Così come i colleghi uomini, che da ormai due lustri regalano mirabilie prima d’entrare a Piazza del Campo in sella ai fidi e provati destrieri su due ruote, anche le donzelle hanno pian piano reclamato la loro parte per recitare la parte delle primattrici.
Con un bicchiere di Chianti o meno, davanti alla tv o a bordo strada per respirare concretamente il sapore di una giornata epica, lo sguardo è caduto subito su Elisa. Proprio il suo sguardo è risultato il più folgorante di tutti. Verrebbe da chiamarla “Elisa occhi di bragia” in ossequio all’Alighieri che queste terre ha tanto decantato nella sua opera più illustre e giusto per non scadere nella consueta frase fatta che richiama “gli occhi della tigre”, che sembra rimandare a contenziosi in cui si richiede ancor meno indulgenza. Basta quell’attimo in cui la telecamera offre il primo piano sull’ornavassese nazionale per capire e viaggiare rapidamente nel tempo, rimembrando quanta strada sia passata da quel lugubre pomeriggio varesino di giugno, quando una carriera (e non solo quella) rischiavano di andarsene oltre una curva.
La vita costringe a mangiare pane e cattiveria (agonisticamente parlando) anche gli animi più miti e per lei, da sempre determinata e decisa a prendersi prima o poi ciò che merita, il sonoro cazzotto del destino è stata la molla per aprire le ali e volare a prendersi un Fiandre e una medaglia olimpica. La compagnia di Niewiadoma, Van Vleuten e quell’Armitstead che ormai ci si è già abituati a chiamare Deignan è di quelle tali da costringere a tirar fuori il meglio, sfoggiando maestria di potenza ed equilibrismo su quegli sterrati messi lì appositamente per evocare l’esaltazione.
Dopo Colle Pinzuto Siena inizia ormai a palesarsi e l’arco che conduce a Fonte Branda annuncia il tam tam decisivo. Forse proprio per affinità fonetica Lucinda Brand ha cercato di far strame e brandelli del drappello d’illustri soprane pronte all’acuto, spalleggiata pure da Shara Gillow, altra atleta tosta quando serve. L’infido serpentello con pendenze a doppia cifra ha però prodotto la sua stretta le tale ed è proprio lì che gli occhi di Elisa sono tornati a fiammeggiare quanto le sue gambe, con una stilettata d’inopinata efficacia che ha finito per rivelarsi estremamente tossica per tutte le altre. La sola Kasia (Niewiadoma, ndr) sembrava non esser d’accordo con la scrittura di quel finale di storia e proprio come il cavallo che fiuta la progressione decisiva le si è accodata. Un altro capolavoro però ha suggellato l’uggiosa giornata, allorquando Elisa è entrata in curva con la grazia e l’incoscienza di chi non sa cosa sia la paura e decide proprio in quel momento di danzare nel pieno di un fortunale e con una traiettoria più da pistard che da passista-scalatrice ha piantato il suo kriss micidiale.
La folla, che non sarà stata strabocchevole quanto i giorni del Palio ma sempre apprezzabile era, si è potuta liberare nel tripudio ad Elisa Longo Borghini conquistatrice delle Strade Bianche, con gioia ed emozioni ad inondarla appena tagliato il traguardo. Poi è stato tutto uno sfilare di protagoniste dall’animo nobile, in cui si sono scorte anche la maglia tricolore di Elena Cecchini e la sagoma quasi impertinente ma di straordinaria freschezza e vitalità, pensando al futuro, di Sofia Beggin in quella processione d’avventuriere che s’avviava a completare la propria quotidiana fatica. Alle pietre del Fiandre ci si penserà più in là, per adesso ci si può limitare a rimirare un nuovo capolavoro, i cui contorni erano già delineati sulle pupille di una campionessa.

 

Foto da pagina FB "Le strade Bianche"

La dea e l'amazzone,

di Vivian Ghianni, foto velonews.com

Un freddo sabato a Bieles, Lussemburgo. Francia e Belgio ad un tiro di schioppo e una pacifica ed allegra invasione di appassionati delle due ruote. È questo il tempio scelto per assegnare la maglia iridata nel ciclocross e, tanto per rendere più “divertente” la cosa, ci si sono volute mettere anche le bizze del tempo a trasformare il tracciato in un’arena gladiatoria. O forse in un’intricata selva da cui uscire trionfanti dopo mille peripezie.
La vedi lì, Marianne. Parte in seconda fila perché la sua stagione crossistica è iniziata tardi e nonostante già diverse importanti vittorie (non ultima quella a Fiuggi ottenuta in Coppa del Mondo), il ranking sentenzia questo. Davanti c’è la nostra Eva Lechner, che quella maglia sta provando ad inseguirla da qualche anno e c’è chi, come Sanne Cant, la sogna da sempre. Guardi Marianne e rivedi quegli occhi della tigre, quella grinta giusta che assieme ad un talento sconfinato l’ha portata a divenire la più grande di tutte. Sembra Artemide pronta a lanciare strali micidiali verso chi voglia provare ad impedire di continuare a stare in quell’Olimpo ideale, da cui chi ama davvero questo sport sa che non scenderà mai.
Si parte a canna, iniziano i primi intruppamenti e con grande soddisfazione troviamo Eva già lì in testa a provare a dire la sua, a respirare quel profumo d’iride a cui non si può resistere. Del resto la natura l’ha sempre amata e cerca di trattare la sua bici con la stessa cura e compostezza con cui cavalcherebbe (e si che é brava anche in quello). Ma c’è già Marianne lì, prima dietro la Van Loy, poi a cominciare a menar le danze, spalleggiata dalla fida Lucinda Brand mentre dietro pian piano le altre si fanno sotto. L’agonismo non le difetta, così pure quella prudenza in certe curve che sembra renderla molto più umana del solito. Sanne è poco più indietro, guardinga, meravigliosa nella sua conduzione di chi è cresciuta pure a pane e Mountain Bike e pronta a rifarsi sotto quando è il momento opportuno.
Il freddo è meno pungente del mattino ma neve e ghiaccio son sempre insidiose, così pure la fanghiglia che impone numeri d’alto equilibrismo quando ci si butta giù da discese che sembrano strapiombi senza ritorno. Ci stringe il cuore vedere Alice Arzuffi, splendida per tutta la stagione crossistica, dover abbandonare spaurita e ferita dopo un tosto ruzzolone. È guerriera anche lei, ha l’umana paura di chi per un attimo si smarrisce in una dimensione ignota ma sa che passerà anche questa e che di un pomeriggio d’inverno lussemburghese non resterà un sorso di birra buona ma solo quello dal calice amaro di una sconfitta non voluta.
Eva ha spinto alla grande ma le frustate di Marianne cominciano a far male. Sembra di vederlo ora, il furore di Artemide, la feroce e inesorabile grazia silvana di chi non può fallire la caccia grossa nel terreno prediletto. Parton rasoiate che però non piegano Sanne Cant. Lei appare un’amazzone invece, l’umana eroina che sa che manca ancora un qualcosa per completare il tutto, per coronare anni e anni di sacrifici e cancellare quella cocente delusione di dodici mesi prima davanti alla propria gente. Disegna traiettorie mirabili, sa che non deve perdere di vista Marianne se vuole sperare.
Sembrerebbe hybris, la tracotanza dell’umana volontà che vuole sfidare gli dei. Sembra forse l’ennesimo attimo fuggente andato quando in curva scivola, lasciando Marianne involarsi verso quello che sembra un trionfo annunciato, tanto più che la solerte Lucinda si era schiantata a terra ma prontamente rialzata, che Eva aveva ormai dato tutto ciò che poteva dare e che anche Katerina Nash, genio e sregolatezza sui circuiti del cross per la sua capacità di alternare splendide progressioni a cadute frequenti, sembrava doversi rassegnare al podio. Chi la ferma ora Marianne, l’immensa baciata dall’ambrosia?
L’avevamo vista umana però, in qualche frangente, tra una schioppettata e l’altra. Tenace nel suo ardore ma umana. Così umana che questo giorno sembra voler spogliare proprio lei della sua fierezza divina, quando dopo il suono della campana, ormai lanciatissima, nell’affrontare una curva urta un paletto, con la catena che va giù. Ci sarebbe d’andar fuori di testa e per di più l’amazzone Sanne non si è arresa mica e si permette lo sfregio del sorpasso, con Marianne che in un amen rimonta in sella e la riagguanta. I cuori cominciano a palpitare oltre misura, nessuna delle due appare battuta, forse sarà volata, o forse no. Resta la discesa più difficile, quella in cui compiere i miracoli d’equilibrismo. L’affrontano entrambe con una temerarietà donata da chissà quale magistero ma in pochi istanti si palesa il bagliore: Sanne Cant decide che un mondiale va rischiato, a costo di esser perduto di nuovo e piazza a Marianne un sorpasso che sulle prime sarà difficile da dimenticare. Non fossero donne, stessero in sella da una moto diremmo che si sta assistendo ad un ennesimo capitolo della sfida infinita tra Rossi e Marquez (o Lorenzo, se preferite).
Eppure quel sorpasso non sembrerebbe poter essere ancora il momento decisivo. Uno smacco pesante, quello si, ma non uno spannung d’incredibile efficacia. Invece il coraggio dell’amazzone Sanne lascia atterrita l’Artemide Vos, seppur la si veda pronta nel compiere il suo destino con l’arma dello sprint. Stavolta no, Marianne china il capo e cede il passo. Sanne esulta, alza le braccia incredula e piange di gioia. Incredibile, chi l’avrebbe detto. Nulla d’immeritato però, poiché anche al cospetto degli dei la predestinazione può rendere ciò che è dovuto dal saper confidare nel tempo, dopo essersi fatta ammirare, giovanissima e ancora un po’ inesperta, anche da noi con la casacca della Selle Italia-Guerciotti. In fin dei conti dev’esserci sempre anche un po’ d’Italia nelle sconfitte di Marianne, tanto imperiosa nei suoi successi quanto incredibilmente degna e sublime nel perdere. Possiamo dirlo forte che ci siamo divertiti, anche se sognavamo un po’ d’azzurro sul podio, anche se la dea Marianne non ha marchiato a fuoco l’albo d’oro per l’ottava volta. Il mondo è dell’amazzone Sanne e del suo coraggio nello sfidare il tabù. Questa volta è davvero più giusto così.