Un mulo che rincorre cavalli da corsa

foto Ciclomarche

testo di Isotta Barbieri

Ultima gara della stagione. Inseguo come solo io so fare, un mulo che rincorre cavalli da corsa. Un mulo però, che "se le gambe non me le han fatte di qualità rimedio con il cuore e una testa dura come il muro", con una determinazione cieca, perché si ostina a non vedere che mi ci vorrebbero un miracolo e un motore, e sorda, perché si ostina a non sentire i muscoli urlare dal male.

Non anche muta però, infatti mi parlo. In gara, durante il massimo sforzo. Così mi incito, mi faccio coraggio, mi tengo concentrata, che se per sbaglio togliessi il focus dal gruppo avanti a me probabilmente inizierei a sentire tutti i dolori dovuti allo sforzo.
E in mezzo a tutto questo quadro surreale, con un mulo che insegue purosangue e poi li riprende e poi viene seminato e poi li riprende ancora e poi di nuovo a inseguire, in mezzo a questa scenetta si aggiunge il miracolo. Non quello che servirebbe al mulo per diventare cavallo di razza, ma quello che mi serve per amare il mio sport e il modo in cui lo vivo. Dal ciglio della strada e dalle macchine al seguito della corsa gridano il mio nome. E quasi non li conosco o poco di più, sono ragazze di altre squadre, o allenatori dei cavalli di razza che dovrei chiamare avversarie.
È andata a finire che al mulo ci si è affezionata più gente del previsto, cavalli compresi.

Questo mi manca nei mesi senza gare. Gli incoraggiamenti da parte di chi veste divise diverse dalla mia, i sorrisi scambiati insieme, le spinte regalate, le pacche sulle spalle, passarci la borraccia.
Mi manca l'agonismo puro e le amicizie nate mentre il cuore scoppia, in due ore lanciate a 40km orari.
Ci vediamo ancora a inizio 2018

Sarcedo 2017

testo di Isotta Barbieri

 

Qualcuno ha deciso che il mio sport non possa essere femminile. È roba da maschi e farlo rende mezzi maschi. Gara, a cui tengo. Ma è marginale, è una gara. Buco e scopro di non poter cambiare la mia ruota ormai a terra, capisco di dover abbandonare la gara prima del tempo, non per colpa mia non per scelta mia. Sono una furia. Sotto sforzo massimo, più adrenalina che sangue in corpo, e io devo fermarmi. Smetto di pedalare, mi affianca una ragazza con cui non ho mai scambiato neanche mezza parola. "Ti fermi?" mi chiede. Forse ringhiando, le spiego di non aver scelta. "Mi dispiace". Mi vergogno come una ladra per il modo in cui le ho parlato, perché, sì, le dispiaceva davvero. L'ho timidamente ringraziata. Scendo dalla bicicletta, fatica caldo e nervoso mi rivoltano lo stomaco e finisco piegata in due dietro a una siepe. Passa una ragazza, fino a poco prima in gara con me come me. Una di quelle forti deduco dalla maglia, mai scambiato una parola prima, forse sono 10 anni che ci troviamo tutte le domeniche e non ci siamo mai viste. Stavolta mi vede, "Stai bene? Va tutto bene?".

La realtà è che il mio sport per fortuna è da uomini, farlo rende mezzi uomini e non prime donne.